Forma, industria e società: la USC 645 e l’ideale dell’ufficio democratico
Jacopo Drago
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2014

I rapporti tra la Rima e lo studio Ponti Fornaroli Rosselli erano già avviati da tempo. La prima collaborazione documentata tra Gio Ponti e Gastone Rinaldi risale al 1950, con la realizzazione della sedia Du 10. Negli anni successivi, le collaborazioni si intensificano, dando origine a una serie articolata di sedie, tavoli e librerie. Verso la metà degli anni Cinquanta, Rima realizza, insieme a Ponti e Rosselli, una collezione di arredi che, accanto ai prodotti di Artflex, Parma e Knoll International, contribuirono all’allestimento della Torre Pirelli. La scrivania USC 645 si inserisce in questo contesto.
Per comprendere appieno il significato di questo progetto, è necessario considerare il quadro storico in cui prende forma. Il decennio successivo alla Seconda guerra mondiale rappresenta un momento cruciale per il design italiano, che si configura come espressione delle aspirazioni di un Paese impegnato nella ricostruzione e nel processo di industrializzazione. La cultura del progetto, di fronte alle profonde distruzioni materiali e morali lasciate dal conflitto, avverte l’urgenza di contribuire attivamente a una rifondazione complessiva.
Pur nella diversità delle posizioni ideologiche, emergono alcuni temi ricorrenti: l’umanizzazione degli oggetti e degli spazi, la ricerca di nuovi linguaggi espressivi, il dialogo con la tradizione come base per l’innovazione, l’interesse per i materiali moderni e, soprattutto, la convinzione che il design possa svolgere un ruolo attivo nel plasmare il contesto sociale e culturale. Questi principi informano anche il progetto della scrivania USC 645 e, più in generale, l’intervento per la Torre Pirelli.
Lo sviluppo del design italiano nel dopoguerra si articola lungo due direttrici principali. Da un lato, esso viene inteso come espressione concreta di ideali democratici e strumento per una rinascita culturale nell’Italia post-fascista; dall’altro, diventa terreno di sperimentazione formale, anche in opposizione al rigido funzionalismo. Entrambe queste tendenze trovano spazio sulle pagine della rivista «Domus», anche se nel caso specifico della Torre Pirelli appare evidente una maggiore adesione alla prima impostazione.
Ernesto N. Rogers, direttore di «Domus» tra il 1946 e il 1948, sottolineava la necessità di costruire non solo una tecnica, ma anche un gusto e una morale condivisi, individuando nel progetto uno strumento per edificare una nuova società. Questo approccio, intrecciato con l’eredità del razionalismo prebellico, amplia il campo dell’architettura e del design, includendovi una dimensione culturale e umana più estesa.
Con il ritorno di Gio Ponti alla direzione di «Domus» nel 1948, questa tensione si traduce in una ricerca sempre più intensa di uno stile capace di esprimere una “bella vita”, in cui qualità estetica, modi dell’abitare e processi produttivi risultano strettamente interconnessi. L’idea di un’arte alleata all’industria diventa un tema centrale, mentre il recupero della tradizione, unito alla crescita dell’apparato industriale e all’introduzione di nuovi materiali, spinge il design italiano verso una dimensione sempre più consapevole e strutturata.
Questi valori trovano piena espressione nel progetto del Grattacielo Pirelli, concepito come simbolo della rinascita di Milano. Il complesso rappresenta una sintesi tra aspirazioni culturali, innovazione tecnica e organizzazione industriale. In questo contesto, architettura e design si influenzano reciprocamente: la ricerca sull’edificio — in termini di prefabbricazione, industrializzazione e razionalizzazione del cantiere — si riflette anche nella progettazione degli arredi, contribuendo alla definizione di nuovi parametri estetici e metodologici.
Il numero 379 di «Domus» (giugno 1961), dedicato alla Torre Pirelli, sottolinea la coerenza tra l’esterno dell’edificio e i suoi interni, evidenziando come la ricerca di essenzialità e unità si estenda fino al disegno dei mobili. Questi ultimi sono identici per tutti gli utenti, dai dirigenti agli impiegati, esprimendo un principio di uguaglianza sia formale sia simbolica.
Nello stesso numero viene riconosciuto il contributo di Rima allo sviluppo della scrivania, descritta come elemento centrale nella definizione dell’identità degli spazi interni. La sua presenza uniforme negli ambienti — dagli uffici direzionali agli spazi operativi — contribuisce a costruire un linguaggio coerente, basato su una “eleganza tecnica” priva di artifici e su un principio di sobrietà che si traduce anche in valore etico.
Indicativo è anche il modo in cui Rima stessa descrive il proprio approccio nel catalogo dei primi anni Sessanta. L’ufficio viene concepito come uno spazio in cui il benessere ambientale incide direttamente sulla qualità del lavoro. Si rifiutano soluzioni eccessivamente complesse o formalmente gratuite, privilegiando invece funzionalità, equilibrio e chiarezza. L’obiettivo è offrire a ogni utente — dirigente o impiegato — condizioni ottimali, sia operative sia rappresentative.
Dal punto di vista tecnico, la scrivania USC 645 si distingue per una costruzione avanzata e coerente con questi principi. È dotata di un basamento a “pattino” in lamiera stampata e rappresenta l’evoluzione di un modello precedente (USC 636), caratterizzato da basi in alluminio pressofuso. La struttura è realizzata in tubo d’acciaio cromato o nichelato, con piedini regolabili; le cassettiere in lamiera verniciata sono dotate di sistemi di chiusura centralizzata, mentre il piano è in laminato plastico con bordatura in lega inossidabile.
L’aspetto più innovativo risiede tuttavia nella concezione modulare del sistema. Più che un singolo mobile, la USC 645 è parte di un insieme configurabile, progettato per adattarsi a diverse esigenze operative. Il modulo base è disponibile in tre dimensioni e può essere integrato con cassettiere e schedari posizionabili liberamente. Elementi accessori, come i tavolini per dattilografia, possono essere collegati per creare configurazioni più articolate, come scrivanie ad “L”.
Questa impostazione consente di trasferire su scala industriale una flessibilità tipica della produzione artigianale, mantenendo al contempo standard elevati di qualità e coerenza formale. Il sistema, codificato attraverso un preciso schema di sigle, rappresenta un esempio avanzato di progettazione integrata per l’ambiente di lavoro.