DESIGN E ALTRE ESPRESSIONI – Intervista a Gastone Rinaldi
ARCHITETTI PADOVA – Periodico dell'Ord. Ing., Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Prov. di PD
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n° 18, Gen 2005
Cos'è il design oggi?
È ancora l'epico disegno industriale degli anni '50 dove la tecnica riusciva a formalizzare non solo una funzione ma anche un'idea di progresso e di modernità?
O è piuttosto solo l'ultima fase di un processo economico che impone un'immagine accattivante a ogni prodotto commerciale definito da ricerche di mercato e indagini statistiche?
Esiste una tradizione locale del design?
E quali sono e di che tipo i confini di questa eventuale tradizione?
In un tempo dove lo spazio è percepito sempre in maniera indiretta e mediata la corto circuitazione di immagini e prodotti non ha forse omologato ogni diversità facendo coincidere i confini fisici, politici e culturali con l'indefinita virtualità della rete?
Qual è l'ambito tipico del design?
Mobile, lampade e complementi d'arredo per la casa o anche tutto ciò che riveste e decora la nostra vita?
L'incastro di una gamba in acciaio con la seduta in legno di una sedia sono poi così diversi dall'aggancio di una collana in maglia d'oro?
A queste, e alle molte altre domande che possono sorgere scorrendo le pagine della rivista, non è possibile dare una risposta univoca; il nostro tentativo di fare il punto sullo stato del design in una realtà locale come quella padovana, offre una serie di indicazioni diverse, divergenti, forse contraddittorie, ma tuttavia non ambigue almeno per ciò che riguarda la qualità delle ricerche, degli esiti e dei prodotti.
Superato il periodo della avanguardia storica o radicale, troviamo ora una ricerca versatile che affronta le occasioni progettuali costringendo con vivacità e ottimismo, attribuendo lo stesso valore a un leggio in legno, a una sedia in acciaio, a un soprammobile in marmo o a una borsetta in tela e cuoio.
Non siamo quindi così distanti dal modo di pensare, progettare e fare che ci ricorda Gastone Rinaldi: una tradizione artigianale, specie nella falegnameria, lontana dalla logica della produzione in serie convive serenamente con le ricerche formali contemporanee senza complessi di inferiorità o tare provincialistiche ma con lo sguardo diretto verso il futuro, visto magari attraverso una telecamera giapponese ad ali di gabbiano progettata in Corso Milano.
Nicola Bergamin
...Partiamo dall'inizio: com'è che un giovane designer agli inizi degli anni '50 da Padova va a Milano?
Ogni due settimane andavo a Milano, perché con la Rima. avevamo molti lavori a Milano, poi sono stato presentato all'architetto Ponti dall'artista padovano Paolo De Poli.
[omissis]
Quelle visite a Milano e gli incontri con quelle persone riuscivano a darmi una carica e un entusiasmo che riversavo poi nel mio lavoro qua a Padova.
...È Ponti che fa da tramite con le esperienze americane degli anni '40-'50, gli Eames, Bertoia, Saarinen...?
No, le conoscevo già, attraverso le riviste di architettura e di design. Ero abbonato a Domus, Interni, che avevano pubblicato sul finire degli anni '40 quanto veniva realizzato negli Stati Uniti.
Io ero influenzato da Eames e dai grandi designer, anche se non avevamo in Italia tutte le possibilità tecniche che l'America aveva allora; la sedia di Bertoia era realizzata con una maglia metallica di tondini saldati uno a uno con la puntatrice, attrezzatura che noi ancora non avevamo, io allora per una sedia ho utilizzato una rete da recinto (la DU43).
Così come feci la DU30, dovetti piegare la lamiera perché allora non avevamo ancora le scocche, quindi la lamiera è pensata proprio come un foglio che si piega e sotto fa una nervatura che irrigidisce il sedile e poi a dare maggiore solidità le quattro gambe si fissano sulla mezzeria della piegatura.
…E il suo rapporto con Ponti, com'è stato?
Ponti era un uomo taciturno e dolcissimo, una persona aperta a tutti con cui poter parlare tranquillamente e in serenità, dava i suoi giudizi senza cattiveria, con me è sempre stato molto gentile, vedendo i miei disegni disse "...ma guarda questi veneti...", e mi incoraggiò a continuare.
Fa piacere trovare persone di quel livello e di quella fama che ti danno un incoraggiamento tale, per uno poi modesto come me che andavo là a proporre il mio catalogo e vedere se avevano bisogno di 5 piuttosto che di 8 sedie.
Il Piccolo Teatro cui accennavo prima venne in seguito e comunque lo dice il nome era davvero piccolo.
…Negli anni '50 c'era un legame molto stretto, quasi osmotico, tra design e produzione, tra progetto e tecnica. Come si è modificato da allora questo rapporto?
Io ho vissuto la realtà dell'impresa, prima con la Rima., l'azienda di mio padre, poi con la Thema.
La Rima è arrivata ad avere 120 operai; si trattava quindi di una vera industria e non di un'impresa artigiana come dice qualcuno, avevamo molti settori non solo quello dell'arredamento domestico, ma anche quello per ospedali, uffici, locali di spettacolo, avevamo un vasto catalogo di prodotti.
Io ero inserito nell'azienda di famiglia, e portavo avanti la ricerca sulla sedia in metallo, il mio studio di progettazione era in fabbrica, per avere un contatto diretto con la produzione, per poter sperimentare direttamente le soluzioni e le idee che uscivano dal tavolo da disegno o dai modellini che realizzavo.
Adesso è veramente difficile disegnare, quando io ho iniziato allora c'era molto più spazio per chi volesse fare cose nuove, molto era ancora da inventare e c'era anche il tempo per applicarsi.
Oggi mi sembra, nelle cose che vedo pubblicate, manchi un vero disegno industriale, manca la novità e anche l'innovazione tecnica rispetto a quanto fatto prima, anche se si è incentivata di più la concorrenza tra i produttori, la qualità del prodotto non mi sembra esaltante.
Nei confronti dei giovani designer e delle loro idee, vi è pochissima attenzione, l'industria o ne approfitta o resta indifferente, interessata quasi esclusivamente a politiche commerciali che garantiscano solo il fatturato.
Una buona sedia non può costare troppo, anche quando è ben realizzata.
Quali sono le qualità di un buon designer?
Per fare il designer, anche per me che non sono architetto pur avendone sempre avuto la vocazione, ci vuole la passione di creare qualche cosa che non sia già stato fatto prima, ma partendo da quello che è fatto, perché ci vuole sempre un inizio, qualche cosa devi pure pensare per proiettarti in avanti.
Il designer poi deve avere idee per qualsiasi cosa, a me quasi per diletto è capitato di disegnare e realizzare alcuni prototipi per la casa, un'oliera, una caraffa, alcuni contenitori, sia in vetro che in ceramica.
Due piccoli aneddoti possono forse spiegare meglio cosa intendo quando parlo di "partire da ciò che è fatto" e "idee per qualsiasi cosa".
Sciando subito dopo la guerra non c'era discesa dove non ci si dovesse fermare due o tre volte per legare i lacci che bloccavano gli scarponi agli sci; io allora avevo una Lancia Appia 3ª serie, che aveva la ruota di scorta legata dietro con una cinghia di derivazione militare, ma la chiusura non era poi molto dissimile dai ganci che vediamo oggi negli scarponi moderni; l'idea di applicare ad altri settori meccanismi o determinate soluzioni tecniche di derivazione industriale è particolarmente interessante anche se in quel caso, nonostante avessi realizzato tutti i disegni esecutivi, non ebbe seguito, così come sulla carta rimase il progetto dello stick del dentifricio con un tappo a base larga in modo che il tubetto potesse rimanere diritto senza bisogno del bicchiere e il tappo non cadere nello scarico del lavandino.
...E quali qualità deve avere un buon design?
Il prodotto di design industriale deve assommare: innovazione tecnologica, facilità di realizzazione, economicità, sicurezza, resistenza, praticità oltre alle qualità estetiche, il tutto deve convivere.
Nel 1979 ho progettato la Dafne, una piccola sedia pieghevole, molto copiata e che tra l'altro si continua a vendere bene, che chiusa fa 5,5 cm di spessore, può essere agganciata a muro e la comodità della seduta non sacrifica nulla alla resistenza.
La sedia su cui sono seduto per esempio ha una parte del sottosedile che è pressofusa; quando questa è stata realizzata questa tecnica era per l'Italia una novità pressoché assoluta, anche questo risaliva alla produzione americana che già allora aveva questo tipo di fusione, in questo senso parlavo di innovazione.
...Com'è il suo modo di lavorare?
Il lavoro partiva dal disegno, del resto le necessità di rinnovare costantemente il catalogo mi obbligavano a produrre ogni anno idee e realizzazioni nuove, ma doveva poi essere eseguito dall'operaio, in un rapporto di reciproca stima e rispetto che passava attraverso la concretezza delle soluzioni tecniche e il rispetto per chi quelle soluzioni realizzava.
Bisognava, sempre sperimentando, provare e riprovare, aggiustando in opera le idee. La collaborazione era tale che ci portava a intervenire anche sulle tecniche e sulle attrezzature per la lavorazione, quando il risultato non era soddisfacente. Il disegno ti dà la misura ma l'esperienza del fare ti dà quasi immediatamente la fattibilità del tuo progetto.
Una prassi costante nel mio lavoro era poi il deposito del progetto: facevo il disegno, depositavo il modello e solo dopo avveniva la realizzazione. Il modello veniva depositato sempre, non di rado quindi un brevetto di invenzione.
Io ho lavorato fino al 1991, dopo di che la Thema ha chiuso, ora lavoro solo per divertimento, ma mi manca sempre il rapporto diretto con la produzione, e il computer, che peraltro non conosco, non mi sembra comunque in grado di supplire all'officina.
Padova, 30 luglio 2002
a cura di J. Adda, N. Bergamin e M. Grassi